La riabilitazione è quel processo mirato non soltanto al recupero delle abilità cognitive compromesse a causa di patologie o traumi di varia natura, ma anche e soprattutto all’incremento dell’efficienza del paziente nella vita di ogni giorno, riducendo la disabilità al fine di permetterne il reinserimento in un contesto sociale. La riabilitazione diventa così un processo di cambiamento attivo, che tende a portare una persona disabile a migliorare il proprio livello di prestazione fisica, psicologica e sociale. Un tale approccio è importante anche per le persone colpite da demenza e da altre malattie progressive (anche se in questo caso è più corretto parlare di stimolazione cognitiva), non solo per i danni acquisiti e non progressivi, e include qualsiasi strategia o tecnica di intervento che renda in grado i pazienti e le loro famiglie di gestire, ridurre, risolvere, o convivere con i deficit indotti dalla malattia. Un obiettivo secondario, ma non meno importante di questi interventi è sicuramente quello di incrementare l’autoefficacia, e di conseguenza l’autostima dei pazienti, aiutandoli a fare l’uso migliore possibile delle loro risorse individuali.

I benefici ottenuti dalla riabilitazione cognitiva vengono ricondotti a tre funzioni essenziali che tali esercizi svolgono: una funzione di riserva cerebrale, secondo cui per un recupero migliore non è importante tanto il numero di neuroni, ovvero le cellule che compongono il nostro sistema nervoso, quanto piuttosto il numero delle loro connessioni al fine di creare percorsi alternativi al passaggio delle informazioni. Vi faccio un esempio: immaginate che all’interno del nostro cervello vi sia una fitta rete di strade e autostrade (le reti neuronali) sulle quali sfrecciano milioni di auto dirette verso varie destinazioni (le informazioni provenienti dal nostro sistema nervoso e gli “ordini” trasmessi dal nostro cervello). Ovviamente vi sono percorsi più utilizzati di altri per far arrivare velocemente una determinata informazione ad un’altrettanto determinata area del nostro cervello, un po’ come se si trattasse di vere e proprie autostrade; ora, se avviene un incidente che rende impraticabile un’autostrada (traumi, lesioni, patologie di varia natura) allora vi sarà un momentaneo blocco della circolazione con conseguenti disagi anche gravi (la cosiddetta fase acuta successiva ad esempio ad un’ischemia cerebrale), e solo dopo un po’ di tempo le auto, uscendo dall’autostrada cercheranno di raggiungere la loro destinazione attraverso strade secondarie, sicuramente più lente, ma ancora percorribili. Appare chiaro come più strade secondarie, ovvero più connessioni tra diversi neuroni, un individuo possiede, maggiori e più rapide saranno le sue possibilità di recupero.

Inoltre è importantissimo anche il rinforzo delle connessioni: un maggior utilizzo di una connessione la rende più stabile, aumentando così la probabilità che questa venga ripercorsa. In pratica, riprendendo l’esempio di prima, è necessario che una strada secondaria e quindi meno battuta venga percorsa più volte prima che ci diventi famigliare, consentendoci poi di percorrerla con maggior sicurezza e velocità.

Infine un’altra importante funzione svolta dalla riabilitazione è la funzione trofica, cioè di “nutrimento” dei neuroni, per cui se un neurone mantiene connessioni con altri altamente funzionanti, esso continuerà a funzionare anche se alcune delle sue connessioni sono danneggiate e sarà più resistente al processo di deterioramento indotto dalla patologia.

Nel caso di malattie come ad esempio la demenza di Alzheimer ho parlato di stimolazione cognitiva e non di riabilitazione vera e propria, in quanto l’obiettivo primario dei diversi tipi di stimolazione psico-sensoriale e comportamentale in questo tipo di pazienti non è tanto ripristinare le funzioni cognitive, poiché purtroppo il decorso di una malattia degenerativa è progressivo e non può essere fermato, quanto soprattutto rallentare la loro regressione, con particolare attenzione agli aspetti dell’autonomia personale, che possono migliorare della vita del malato ed alleviare il carico gestionale di chi si prende cura di loro, siano essi famigliari o operatori sanitari. I principi coinvolti nel processo di stimolazione sono tuttavia gli stessi di cui ho parlato prima. In uno studio condotto dal sottoscritto all’interno di una RSA si è osservato come nell’arco di 6 mesi, con sedute di stimolazione a cadenza regolare (3 volte la settimana), il punteggio medio ottenuto dal gruppo sperimentale al MMSE (il test più utilizzato per la valutazione del decadimento cognitivo), che normalmente nei soggetti non trattati tende a perdere un punto in tale lasso di tempo, non solo non era receduto, ma era addirittura incrementato di due punti.

Le manifestazioni che possono essere oggetto di specifici interventi riabilitativi sono molteplici e riguardano i deficit cognitivi relativi a memoria, linguaggio, attenzione e concentrazione, tempi di reazione, ecc, oppure deficit sensoriali, turbe dell’umore e disabilità nelle attività quotidiane. Esistono numerosi programmi specifici per stimolare e riabilitare ciascuna di queste diverse, importanti funzioni: essi prevedono a volte l’utilizzo di appositi software per computer, altre volte di materiali cartacei o esercizi individuali da svolgere interagendo con l’operatore. Essenziali per la buona riuscita di questi tipi di intervento, qualsiasi ne sia l’obiettivo, sono la costanza e la regolarità che dovrebbero essere mantenute il più possibile per tutta la durata del training.