La depressione è molto comune negli anziani, anche se non deve essere considerata una componente “normale” dell’età avanzata. In particolare, la sua frequenza varia a seconda delle popolazioni considerate. Nel nostro Paese si stima che circa il 20% degli anziani residenti a domicilio presentano sintomi depressivi clinicamente rilevanti, mentre tra quelli ricoverati in reparti ospedalieri la percentuale sale a oltre il 30% e negli ospiti delle case di riposo sino al 45%. Tali differenze sono verosimilmente legate sia ai vissuti di perdita dell’individuo, che abbandona i propri riferimenti storici (la casa, le relazioni significative), sia alla maggior presenza di patologie fisiche e di disabilità in coloro che vengono ricoverati o istituzionalizzati. Data l’elevata frequenza nelle istituzioni per anziani, lo screening per la depressione in queste strutture dovrebbe costituire una pratica di routine. Innanzitutto, di fronte ad una persona anziana depresso un atteggiamento comune è quello di considerare naturale, in tarda età, una evoluzione depressiva del carattere e del comportamento. Insomma, è diffusa l’idea che l’anziano “un po’ depresso lo è perché la depressione è parte dell’invecchiamento”: questo concetto non corrisponde al vero, ed è semplicemente legato all’idea non precisa che le persone possono avere della malattia depressiva. Inoltre, nell’anziano ci si aspetta tipicamente, di fronte a alterazioni del comportamento e dell’atteggiamento, una malattia tipo “demenza” o decadimento intellettivo. Invece, ad una valutazione specialistica, si accerta poi che si trattava solo di una cosiddetta pseudo-demenza, e che in realtà le alterazioni derivano da una malattia depressiva.

E’ invece vero che distinguere un anziano depresso da uno non depresso è più difficile se si applicano gli stessi criteri che si applicherebbero ad un giovane. Diciamo che in generale ci sono un numero minore di manifestazioni, e che vanno rapportate al funzionamento precedente della persona. Quindi una persona anziana depressa non è uguale a se stesso come era stato nel periodo precedente, e non soltanto se “per la sua età” ha un ritmo di attività e una vivacità minori. La persona anziana ad esempio può manifestare la cosiddetta “depressione mascherata”, cioè non riferire sintomi di tipo psichico (per esempio umore malinconico, irritabile, triste, cupo), ma lamentare prevalentemente disagi corporei vari o peggioramento delle capacità intellettive, per esempio la memoria o la capacità di concentrazione, con un atteggiamento preoccupato. E’ frequente che la persona noti e sottolinei questi aspetti, mentre i familiari e i conoscenti si dimostrino invece più preoccupati per l’aspetto emozionale e della spinta vitale. Per questo, la valutazione del depresso oltre i 65 anni deve riguardare in particolar modo gli aspetti psichici, al fine di evitare la confusione o il mascheramento di questi da parte di ciò che la persona mette in primo piano come preoccupazione. Il confronto con i familiari è molto utile, spesso con contrapposizioni in cui la persona minimizza il cambiamento del proprio umore, mentre i familiari minimizzano il fondamento delle preoccupazioni corporee.

Per quanto riguarda invece la memoria e la concentrazione, o le capacità intellettive in generale, l’atteggiamento del depresso anziano è in genere passivo: non risponde alle domande, sembra che non abbia capito, non è attento e quindi non ricorda dopo le cose dette, dichiara di non saper fare cose semplici, sembra non riuscirle davvero a eseguire più. L’atteggiamento è di tipo autocritico, con una maggiore facilità a rinunciare, a desistere e a incolparsi di “non essere più capace” di compiere tutta una serie di operazioni. Alcune forme di depressione possono anticipare altre malattie neurologiche, come la malattia di parkinson e alcune demenze come quella di Alzheimer. In questi casi si tratta spesso di forme atipiche o non specifiche, cioè senza i sintomi cardine della depressione, e con predominanza di irritabilità, insofferenza, apatia, ansia generalizzata.

I fattori che incrementano il rischio di depressione in una persona anziana riguardano aspetti esistenziali, sociali, psicologici e biologici, variamente intrecciati tra loro nei singoli casi. I fattori più documentati sono il sesso femminile, essere celibi/nubili o vedovi, la disabilità (ad es. per malattia), un lutto recente e l’isolamento sociale. Va ricordato che gli anziani sono particolarmente esposti ad eventi di perdita, quali ad es. la scomparsa di persone care, il pensionamento, la riduzione del ruolo sociale e delle risorse economiche, ecc. Altre condizioni che predispongono un anziano alla depressione possono essere la presenza continua di dolore fisico, l’abuso di alcool o una storia personale o familiare di depressione. Nelle persone che sviluppano per la prima volta un quadro depressivo in età avanzata, la risonanza magnetica nucleare evidenzia spesso delle piccole alterazioni che indicano un’insufficienza circolatoria a livello cerebrale. Alcune malattie, quali lo stroke (ictus), l’ipertensione, il diabete o la demenza si associano alla depressione nel 30 al 80% dei casi. In particolare, i rapporti tra Demenza di Alzheimer e depressione non sono a tutt’oggi ancora chiariti, anche se sembra probabile che quest’ultima possa rappresentare sia un fattore di rischio per l’insorgenza della demenza, sia una sua manifestazione precoce. Da ultimo, ma non certo per importanza, l’assunzione di alcuni medicinali (ad esempio cortisonici, alcuni antiipertensivi o sedativi) può o indurre l’insorgenza di un quadro depressivo indistinguibile da quello spontaneo. Ancor più che negli adulti giovani, la complessità e l’estrema variabilità individuale di tutti questi fattori di rischio devono essere considerate sia nel momento diagnostico che nell’elaborazione di una strategia terapeutica.

Gli scopi della cura consistono nella riduzione dei sintomi psichici e fisici della depressione, nel miglioramento delle funzioni cognitive (attenzione, memoria, concentrazione, ecc.) e delle capacità relazionali, nella prevenzione delle ricadute e dei comportamenti suicidari. Ove risulti opportuno, va inoltre fornito un aiuto volto a migliorare le capacità della persona di gestire la disabilità, eventi di vita negativi o situazioni relazionali conflittuali.

I farmaci antidepressivi sono l’intervento di scelta nel caso di una depressione medio-grave, da soli o in combinazione con una psicoterapia, mentre un intervento di supporto psicologico o una psicoterapia possono essere indicati, da soli, nei casi di depressione più lieve. Gli interventi di tipo psicologico possono risultare utili nei casi di depressione conseguente, ad esempio, ad eventi esistenziali negativi e con aspetti di disadattamento e sofferenza. Raramente l’anziano richiede spontaneamente un intervento psicologico, in quanto ha difficoltà a riconoscere la propria sofferenza psichica e può vivere con vergogna (gli uomini più delle donne) il rimandare ad un estraneo i suoi bisogni di accoglienza e di ascolto. Per questa ragione la richiesta generalmente proviene da familiari o curanti, rendendo più complessa la costituzione di un’ alleanza terapeutica. Lo psicologo agisce fornendo un sostegno all’anziano a vari livelli e portandolo gradualmente a modificare il modo di interpretare e valutare gli eventi quotidiani. Aiuta il paziente a correggere la visione distorta che ha di sé stesso e delle sue paure. Nella terapia di gruppo ad esempio i pazienti possono confrontarsi sulle rispettive paure e trovano modi per gestirle. La gestione dell’ansia consiste fondamentalmente in tecniche finalizzate a dominare tale spiacevole sensazione: si tratta di potenziare l’autoaffermazione, apprendere modi per distrarsi e liberare la mente, esercizi di “immaginazione“ e così via. La psicoterapia più studiata nell’anziano è quella cognitivo-comportamentale, che presuppone che le difficoltà di adattamento del paziente depresso siano dovute all’utilizzo di schemi di pensiero negativi e che l'apprendimento di opportune strategie di gestione possa mediare la vulnerabilità soggettiva agli eventi di vita. L’approccio di tipo cognitivo, con opportuni adattamenti, si è dimostrato negli anziani efficace come negli adulti giovani. Un’altra psicoterapia che ha evidenziato la sua efficacia sia nella fase acuta della depressione che nella prevenzione delle ricadute è la terapia interpersonale, che è focalizzata alla risoluzione di contrasti con persone significative, al superamento di un lutto o alla ristrutturazione di rapporti sociali. Negli anziani la psicoterapia, in associazione ad un trattamento con antidepressivi, è risultata più efficace dei soli farmaci nella prevenzione delle ricadute depressive per un periodo di tre anni.

Si comprende come tutto ciò contraddica decisamente il pregiudizio che l'anziano non possa giovarsi di un aiuto psicologico e si opponga al fatalismo ed allo scetticismo, sostenendo invece un approccio terapeutico attivo e positivo all’anziano depresso.

Letture consigliate:

Emilio Sacchetti, Massimo Clerici, La depressione nell’Anziano, ed. Edra

Filmografia consigliata:

A proposito di Schmidt (2002)